A cura della Dott.ssa Mariateresa Salemme
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“Nessun uomo è un’isola.” (John Donne)
Con il trascorrere degli anni, la vita sociale va spesso incontro a un progressivo restringimento: si va in pensione, i figli si trasferiscono fuori casa, gli amici di una vita diventano meno numerosi e gli spostamenti si fanno più faticosi. È un processo graduale, spesso silenzioso, che si tende a considerare “naturale”. Tuttavia, la ricerca scientifica degli ultimi decenni ci offre una prospettiva diversa: i legami sociali non soddisfano soltanto un bisogno emotivo, ma possono costituire un importante fattore di protezione per la salute del nostro cervello [1, 2].
Isolamento e solitudine: non sono la stessa cosa
Per comprendere l’impatto della socialità sulla mente, occorre chiarire una distinzione fondamentale. L’isolamento sociale è una condizione oggettiva: si hanno pochi contatti, si vedono poche persone, si partecipa a poche attività. La solitudine è invece un vissuto soggettivo, la sensazione dolorosa di non avere le relazioni che si desidererebbero [3].
Queste due dimensioni non sempre coincidono. Una persona può vivere da sola ed essere serena, circondata da legami significativi, mentre un’altra può sentirsi profondamente sola, pur vivendo in famiglia. Ai fini della salute psicologica e cognitiva, non conta soltanto il numero di persone frequentate, ma anche quanto i legami siano percepiti come soddisfacenti. In alcuni studi, anzi, è proprio la sensazione di solitudine, più dell’isolamento oggettivo, a essere associata a un rischio maggiore di demenza [4, 5].
Cosa dice la ricerca
Numerosi studi longitudinali – condotti monitorando le stesse persone nell’arco di diversi anni – hanno osservato che la scarsità di contatti sociali e la solitudine sono associate a un rischio maggiore di sviluppare un declino cognitivo e una demenza [6, 7, 8]. I risultati non sono però del tutto uniformi: l’associazione emerge in modo più coerente per la scarsità di contatti e di partecipazione sociale, mentre per la solitudine percepita gli studi non sempre concordano [6, 7]. A tal proposito, la Commissione Lancet sulla prevenzione, intervento e cura della demenza annovera l’isolamento sociale tra i principali fattori di rischio modificabili: secondo le stime del rapporto 2024, nella tarda età l’isolamento sociale sarebbe collegato a circa il 5% dei casi di demenza a livello mondiale [1]. Modificabile è la parola chiave: significa che possiamo intervenire. Agendo su tutti i fattori di rischio individuati dalla Commissione (tra cui udito, attività fisica e depressione, oltre alle relazioni sociali), fino al 45% dei casi di demenza potrebbe essere prevenuto o ritardato [1]. Occorre però un po’ di cautela. Si tratta di associazioni emerse da studi osservazionali, che da sole non dimostrano un rapporto di causa-effetto e al momento non è dimostrato che aumentare i contatti sociali riduca di per sé il rischio di demenza.
Perché le relazioni possono proteggere il cervello
Non esiste una spiegazione unica, le ricerche indicano diversi meccanismi plausibili, che probabilmente agiscono in combinazione:
- Stimolazione cognitiva quotidiana: partecipare a una conversazione richiede molteplici funzioni cognitive: ascoltare, ricordare, prestare attenzione a ciò che si dice, trovare le parole, decodificare le emozioni altrui e modulare la risposta. Questo “allenamento” naturale contribuisce alla cosiddetta riserva cognitiva, ossia la capacità del cervello di compensare i cambiamenti legati all’età [2, 10].
- Gestione dello stress: la solitudine cronica aumenta la vigilanza verso possibili minacce sociali ed è associata a una maggiore attivazione dei sistemi di risposta allo stress [3, 11]. Nel lungo periodo ciò può ripercuotersi su sonno e umore [3] e, secondo alcune ipotesi, anche su funzioni cognitive come la memoria.
- Umore: l’isolamento sociale e la solitudine sono associati a un maggior rischio di depressione e ansia [12], condizioni che a loro volta possono compromettere l’attenzione, la memoria e le funzioni esecutive [13].
- Stile di vita: chi ha una rete sociale attiva tende a muoversi di più: la solitudine, ad esempio, predice una minore attività fisica nei due anni successivi [14], e l’inattività fisica è a sua volta un fattore di rischio per la demenza [1].
Attenzione: il circolo può essere vizioso
Il rapporto tra solitudine e declino cognitivo è bidirezionale. Quando compaiono le prime difficoltà di memoria o di linguaggio, la persona può provare imbarazzo, evitare le occasioni sociali, sentirsi “fuori posto” nelle conversazioni, tendendo così a ritirarsi dai contesti sociali. Analogamente, un deficit uditivo non compensato rende faticoso seguire le conversazioni, favorendo il progressivo isolamento [15]. Si crea così un circolo vizioso: meno stimoli, più isolamento, più difficoltà cognitive. Per questo il ritiro sociale di un familiare anziano non va sottovalutato.
Cosa si può fare
Coltivare le relazioni è una scelta accessibile in ogni fase della vita, associata a migliore salute e benessere e, con ogni probabilità, utile anche per il cervello, pur non essendo ancora dimostrato che da sola possa prevenire la demenza [9]. Tra le buone prassi quotidiane:
- Mantenere una routine sociale: anche gesti semplici come il caffè con un vicino, la telefonata settimanale, la passeggiata in gruppo.
- Scegliere attività condivise: individuare corsi, gruppi di lettura o volontariato basati sulle proprie inclinazioni; è importante che l’attività abbia un significato per la persona e non sia vissuta come un obbligo.
- Monitorare vista e udito: garantire l’efficienza dei canali sensoriali è il primo passo per restare connessi al mondo esterno. La perdita uditiva non compensata, in particolare, è associata a maggiore solitudine e isolamento [15] e, in uno studio clinico randomizzato, la correzione dell’udito ha rallentato il declino cognitivo negli anziani a maggior rischio [16].
Inoltre, può essere una valida risorsa che i familiari propongano delle attività senza imporle, valorizzino le competenze della persona ed evitino di sostituirsi a lei in ciò che può ancora fare da sola, per non ridurne l’autonomia personale e domestica.
Sebbene non esistano garanzie individuali assolute, agire sugli stili di vita rimane la strategia più efficace per abbassare la probabilità di rischio complessiva su scala di popolazione. Le relazioni sono una risorsa preziosa, ma a volte da sole non bastano. Se si nota, in un familiare o in sé stessi, un progressivo ritiro dalle occasioni sociali, un umore più basso del solito, o difficoltà di memoria e di linguaggio che iniziano a incidere sulla vita quotidiana, può essere utile parlarne con un professionista.
Presso Al Centro proponiamo percorsi di sostegno psicologico individuale, dedicati all’elaborazione delle fasi di cambiamento e del senso di solitudine, oltre a percorsi di stimolazione cognitiva, fruibili in studio e, previa verifica di fattibilità, anche a domicilio. Riconoscendo quanto sia delicato il ruolo di chi si prende cura di un familiare, offriamo a caregiver e familiari uno spazio dedicato di ascolto e supporto psicologico. È inoltre possibile effettuare valutazioni neuropsicologiche, finalizzate ad approfondire il funzionamento cognitivo e a distinguere i fisiologici cambiamenti legati all’invecchiamento da eventuali condizioni cliniche che richiedano un approfondimento o una presa in carico specifica.
Per informazioni sui nostri servizi o per prenotare una consulenza, è possibile contattarci al 3713621756 oppure via mail: info@alcentroroma.it.
Riferimenti bibliografici
[1] Livingston G, Huntley J, Liu KY, et al. Dementia prevention, intervention, and care: 2024 report of the Lancet standing Commission. Lancet. 2024;404(10452):572-628. doi:10.1016/S0140-6736(24)01296-0
[2] Fratiglioni L, Paillard-Borg S, Winblad B. An active and socially integrated lifestyle in late life might protect against dementia. Lancet Neurol. 2004;3(6):343-353.
[3] Hawkley LC, Cacioppo JT. Loneliness matters: a theoretical and empirical review of consequences and mechanisms. Ann Behav Med. 2010;40(2):218-227.
[4] Holwerda TJ, Deeg DJH, Beekman ATF, van Tilburg TG, Stek ML, Jonker C, Schoevers RA. Feelings of loneliness, but not social isolation, predict dementia onset: results from the Amsterdam Study of the Elderly (AMSTEL). J Neurol Neurosurg Psychiatry. 2014;85(2):135-142.
[5] Rafnsson SB, Orrell M, d’Orsi E, Hogervorst E, Steptoe A. Loneliness, social integration, and incident dementia over 6 years: prospective findings from the English Longitudinal Study of Ageing. J Gerontol B Psychol Sci Soc Sci. 2020;75(1):114-124.
[6] Kuiper JS, Zuidersma M, Oude Voshaar RC, et al. Social relationships and risk of dementia: a systematic review and meta-analysis of longitudinal cohort studies. Ageing Res Rev. 2015;22:39-57.
[7] Penninkilampi R, Casey AN, Singh MF, Brodaty H. The association between social engagement, loneliness, and risk of dementia: a systematic review and meta-analysis. J Alzheimers Dis. 2018;66(4):1619-1633.
[8] Wilson RS, Krueger KR, Arnold SE, et al. Loneliness and risk of Alzheimer disease. Arch Gen Psychiatry. 2007;64(2):234-240.
[9] World Health Organization. Risk reduction of cognitive decline and dementia: WHO guidelines, second edition. Geneva: World Health Organization; 2026. ISBN 978-92-4-012355-7.
[10] Stern Y. Cognitive reserve in ageing and Alzheimer’s disease. Lancet Neurol. 2012;11(11):1006-1012.
[11] Adam EK, Hawkley LC, Kudielka BM, Cacioppo JT. Day-to-day dynamics of experience-cortisol associations in a population-based sample of older adults. Proc Natl Acad Sci USA. 2006;103(45):17058-17063.
[12] Santini ZI, Jose PE, York Cornwell E, et al. Social disconnectedness, perceived isolation, and symptoms of depression and anxiety among older Americans (NSHAP): a longitudinal mediation analysis. Lancet Public Health. 2020;5(1):e62-e70.
[13] Rock PL, Roiser JP, Riedel WJ, Blackwell AD. Cognitive impairment in depression: a systematic review and meta-analysis. Psychol Med. 2014;44(10):2029-2040.
[14] Hawkley LC, Thisted RA, Cacioppo JT. Loneliness predicts reduced physical activity: cross-sectional and longitudinal analyses. Health Psychol. 2009;28(3):354-363.
[15] Shukla A, Harper M, Pedersen E, et al. Hearing loss, loneliness, and social isolation: a systematic review. Otolaryngol Head Neck Surg. 2020;162(5):622-633.
[16] Lin FR, Pike JR, Albert MS, et al. Hearing intervention versus health education control to reduce cognitive decline in older adults with hearing loss in the USA (ACHIEVE): a multicentre, randomised controlled trial. Lancet. 2023;402(10404):786-797. doi:10.1016/S0140-6736(23)01406-X